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Mourinho, l'Inter, le manette e il rapporto con Moratti: "Un giorno devo tornare"

Lunedì 7 Febbraio 2011, 09:00 in Calcio di

Su SKY Sport 1 HD, è andata in onda una lunga intervista a Jose Mourinho. Per lo speciale "I Signori del Calcio" Christian Panucci ha incontrato il portoghese. Qui l'intervista integrale dove si parla di Italia, Inter e Triplete.

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Ieri notte su SKY Sport 1 HD, è andata in onda una lunga intervista a Jose Mourinho. Per lo speciale "I Signori del Calcio" Christian Panucci ha incontrato il portoghese. Con lui ha ripercorso la sua esperienza con l'Inter, il Triplete, il suo rapporto con Moratti e le famose "manette". Riporto qui l'intervista integrale perché credo valga la pena leggerla. Quando parla il Mou vale sempre la pena.

P- L'ultima volta che l'Inter aveva vinto una Champions la televisione era ancora in bianco e nero. Ci voleva Mourinho per riportare la Champions a Milano...
M- Arrivo e vado ad allenare a Brunico. Il primo allenamento decido di farlo a porte chiuse. Arriva Buti e dice: "Mister, come allenamento a porte chiuse?" E io rispondo: "Buti, lasciami lavorare". "Ma come mister, qui c'è tanta gente, ci sono tanti tifosi". "Buti, io sono qui per lavorare, mica per fare lo show". Porte chiuse con tutti i tifosi fuori e mentre ci stavamo allenando, loro cantavano due cose. Una era: "Vogliamo Mancini" perché Mancini faceva l'allenamento a porte aperte e io a porte chiuse. L'altra cosa era: "Vogliamo la Champions". Io allenavo e passavo per i miei assistenti portoghesi e dicevo loro: "Rudy, siamo morti, vogliono Mancini e vogliono la Champions. Se perdiamo un'amichevole, qui siamo già in difficoltà". Però mi è rimasta questa cosa, dal primo giorno, questo "vogliamo la Champions". Anche nel primo giorno ad Appiano Gentile, c'era uno striscione enorme sul cancello: "Josè, portaci la Champions". Ho iniziato a lavorare con la squadra, iniziamo a giocare e ho avuto subito la consapevolezza che la Champions non era possibile. C'era una squadra con gente assolutamente fantastica e di gran qualità, che poi è stata la base del successo dell'anno seguente, però il gruppo non era ancora sufficiente per vincere la Champions. C'erano 2 o 3 cose che mancavano a quella squadra, però volevamo vincere quello che potevamo vincere in Italia. Ho detto: "Vinciamo il campionato e poi vediamo dove arriviamo in Champions". E quando siamo stati eliminati col Manchester, se per tanti è stato un dramma, per me non lo è stato perché certamente avevo la speranza di vincere, però avevo anche la consapevolezza che col Manchester, il Chelsea o il Barcellona non c'era la possibilità di farlo. E in quel momento il Presidente, anche perché è Presidente tifoso e quindi vive la cosa in entrambi i modi, è stato per due o tre giorni un po' dispiaciuto, però abbiamo avuto la forza per cambiare e preparare il futuro.

P- L'anno dopo l'Inter ha cambiato sei giocatori...
M- Avevamo bisogno di questo. Io dico sempre che il problema non è l'età dei giocatori. Tu puoi essere un giocatore di 35, 36, 37, 38 anni ed essere un giocatore ancora al top, come essere un giocatore di 25 ed essere finito. Noi, però, avevamo una squadra con troppa gente di 35, 36 anni ed era importante scegliere un nucleo fondamentale di gente che potesse continuare ad essere sì leader nello spogliatoio, ma anche giocatori al top. Così abbiamo deciso di cambiare Vieira, Dacourt, Cruz, abbiamo cambiato 4/5 giocatori per altri 4/5 che erano fondamentali per noi e la squadra era molto ben organizzata, sapeva come giocare e come stare in campo. Lucio, Motta, Sneijder e Milito erano assolutamente fondamentali per noi per migliorare il livello della nostra "colonna vertebrale". Poi, quando Ibra è andato via, sarebbe stato un problema per noi se non fosse arrivato un altro grandissimo giocatore. Nella prima stagione, il problema era con chi giocasse Ibra, un po' con Cruz, un po' con Crespo, Adriano e Balotelli. Quando è arrivato Milito, era per giocare con Ibra e quando Ibra è andato via, sono stati bravi il Presidente, Branca e Oriali, che hanno lavorato le cose in un certo modo, è arrivato Eto'o e la squadra è diventata molto più equilibrata, con uno spirito assolutamente fantastico. Era molto difficile per l'Inter perdere una partita.

P- Il tuo rapporto con Moratti...
M- Il mio rapporto con Moratti è fantastico. Dal primo giorno, molto aperto. Mi ricordo che ci siamo trovati a Parigi, a casa sua, con suo figlio Mauro e ho conosciuto anche sua moglie. Mi ricordo perfettamente che scherzando dissi al Presidente: "Se un giorno il Presidente mi dicesse chi deve giocare, quel giorno faccio la valigia e vado direttamente a Malpensa". Lo dissi scherzando, però scherzando penso che lui abbia capito com'ero io. E veramente Moratti non è la persona che mi dicevano essere, è una persona fantastica, amica, aperta, disponibile, è un tifoso con la voglia di vincere, con ambizione e allo stesso tempo è onestissimo, pulito. E' tutto quello che un allenatore può volere. Una delle cose più emozionanti per me quando abbiamo vinto la Champions, è stato sapere il significato di quella coppa per il Presidente e per la sua famiglia. Penso che per loro sia stato come ritornare al passato, ricordare Angelo Moratti, quando erano giovani e avevano vinto la Coppa dei Campioni. Questa per me è stata una gioia molto grande e Moratti per me è un grandissimo amico.

P- Quando in Inter-Samp facesti il gesto delle manette, ti riferivi a mago Udinì o al sistema che non ti piaceva?
M- Mi riferivo al sistema. In Inghilterra si parla di fair play, di un calcio pulitissimo ma ricordo sempre che quando abbiamo vinto due campionati con il Chelsea, nella terza stagione, si sentiva che per ragioni commerciali, di sponsor, per ragioni televisive a livello mondiale, una squadra che avesse vinto per tre anni consecutivi la Premier League, la cosa non era come prima. In Italia, in quella stagione, l'Inter arrivava da tre, quattro, cinque campionati vinti e avevamo iniziato il campionato in modo forte. A dicembre avevamo tanti punti di vantaggio e sembrava che esistesse una grande voglia che l'Inter perdesse. Io non dico che non abbiamo avuto colpa anche noi, abbiamo dormito un po' sulla distanza di punti che avevamo, però sembrava che i cartellini rossi fossero troppo facili, i rigori contro pure, il rosso a Mourinho era troppo facile. Avevo sensazioni negative. Nella partita con la Sampdoria, abbiamo avuto due difensori centrali fuori, nel tunnel non è successo niente ed è arrivata anche la sospensione di Cambiasso. E io pensavo: "Non può giocare Cordoba perché ha il cartellino rosso, non può giocare Samuel perché ha il rosso, Cambiasso che può giocare come centrale, anche se Gastaldello disse che non era successo niente tra loro nel tunnel, viene squalificato anche lui. Erano troppe cose insieme e a me quel gesto è venuto istintivo, è stato emozionale. Quel gesto ha avuto un effetto positivo sulla squadra e sui tifosi , che si sono uniti ancora di più alla squadra perché avevano la sensazione che eravamo in una situazione poco chiara.

P- Hai fatto la storia dell'Inter vincendo la Champions, però è negli ultimi 20 minuti di Kiev che l'Inter ha compiuto l'impresa...
M- Mi ricordo che nello spogliatoio, a metà tempo, ho detto ai miei giocatori: "Non venite qui alla fine della partita a piangere perché siamo stati eliminati. Venite qui dopo la partita o super felici perché abbiamo vinto o morti perché abbiamo perso, però morti. Andiamo là con coraggio, senza complessi, senza pensare che l'Inter non vince fuori casa in Champions da tanto tempo, senza pensare che l'Inter non vince la coppa dei campioni da tanto tempo, andiamo là e lasciamo tutto". I giocatori hanno lasciato tutto e anch'io ho lasciato tutto. Abbiamo rischiato da pazzi. Io dico sempre che quando tu giochi queste partite e rischi, devi stare attento all'allenatore avversario. Io lo guardavo, ogni cambio che facevo lo guardavo e provavo a capire dalla sua espressione la sua sensazione. Dicevo a Baresi, che era di fianco a me: "Adesso se lui fa questo siamo morti". E lui non lo faceva. E allora via un altro cambio. E ripetevo a Baresi: "Beppe, adesso se lui fa questo siamo morti". E lui non lo faceva, faceva il contrario. E allora ho detto: "Beppe, andiamo con un altro in più. Finiamo con due dietro e andiamo con tutti". Poi, ovviamente, abbiamo avuto anche la nostra fortuna, però è stata una partita dove abbiamo dato tutto. Ci sono partite in cui devi rischiare tutto, o si perde o si vince.

P- Chelsea-Inter: i tuoi ex giocatori hanno sofferto il tuo ritorno a Stamford Bridge?
M- E' stata una partita strana. Più strana di questa sarà solo Inter-Real Madrid. Giochi contro tanti tuoi amici ma in non ci sono amici. E' una sensazione che non mi è piaciuta. Durante la partita ho dimenticato tutto, non ho festeggiato il gol perché avevo il freno tirato, però prima della partita non mi è piaciuta questa sensazione di giocare contro i miei e dopo la partita, non mi è piaciuto vedere la tristezza della mia gente. E' stata però la partita dove i giocatori dell'Inter hanno capito che potevano vincere la Champions. Il 2-1 in casa aveva lasciato un punto interrogativo: possiamo ripeterci nella seconda partita? Potevamo farlo in una partita con  Julio Cesar migliore in campo e invece l'abbiamo fatto in una partita in cui Julio Cesar non ha toccato un pallone. E questo per noi è stato molto importante, abbiamo giocato molto bene ed è stata la prima volta in cui abbiamo giocato con Eto'o e Pandev. Ho voluto giocare con questi attaccanti e potevo farlo perché loro avevano la disciplina e la forza mentale per fare una partita anche difensiva. E' stato il punto di partenza in cui i giocatori hanno capito che potevamo essere offensivi e che ognuno dei tre attaccanti poteva segnare in ogni momento, anche Cambiasso, Sneijder e Motta a centrocampo si sentivano molto bene perché tutti gli spazi erano chiusi. Anche questa partita è stata per me una partita chiave.

P- Inter-Barcellona e ancor di più Barcellona-Inter, fu un capolavoro tattico...
M- Abbiamo fatto due partite incredibili contro il Barcellona. La prima, che dovevamo vincere per forza non era facile. E poi c'è stata la seconda partita. Se devo scegliere, come allenatore, una partita mia dal punto di vista dell'organizzazione della mia squadra, quella è la partita di Barcellona, che per tanti critici non è stata una partita di calcio, per me è stata una partita di calcio, di scacchi. In casa del Barcellona, giocando in dieci contro undici, è una partita epica, storica, una cosa assolutamente incredibile. In quel momento, sapevamo che era impossibile non vincere la Champions. Anche se in finale giocavamo contro una grande squadra come il Bayern Monaco, però, dopo quella partita contro il Barcellona, sapevamo già che era impossibile non vincere.

P- Hai vinto tutto in due anni e mezzo all'Inter. Il terzo anno è sempre un anno particolare?
M- Sì, quando arrivi al top, il terzo anno è sempre un anno particolare. L'Inter, però, non mi faceva paura in questo senso, per la serietà dei giocatori, l'ambizione e l'orgoglio. Sono un gruppo assolutamente fantastico. Io non avevo nessun tipo di problema a continuare con quella squadra e tornare a vincere. Adesso che ho letto che con Leo la squadra è tornata a sorridere, se quella squadra è felice e c'è empatia fra tutti loro, quella squadra può vincere di nuovo.

P- Al Chelsea hai vinto dopo 50 anni nella storia del club. All'Inter hai riportato la Champions. Ora che sei al Real devi battere il Barcellona.
M- Abbiamo giocato a Barcellona e non abbiamo visto palla. E' finita 5-0 e se la partita fosse durata dieci minuti in più forse finiva 6 o 7-0. Non è una partita da dimenticare, ma da ricordare, un po' come la prima partita che l'Inter ha giocato l'anno scorso a Barcellona. Abbiamo perso 2-0 nella fase a gironi e anche quella partita poteva finire 3  o 4-0. Non era da dimenticare, perché ricordo che poi la preparazione della semifinale con il Barcellona è stata basata sulla partita in cui abbiamo perso 2-0. E farò esattamente la stessa cosa con il Real quando torneremo a giocare con il Barcellona.

P- C'è un giocatore tra quelli che hai allenato con cui hai un rapporto particolare?
M- E' molto difficile da dire. Il mio rapporto con i giocatori è sempre stato un rapporto molto bello, è gente che mi ha dato tutto, che ha fatto tutto per me e che ha lasciato tutto. Non ho parole. La mia vita di allenatore è fatta con i miei collaboratori che sono gli uomini di tutta la mia carriera, Rui, Silvino, però i giocatori sono la mia vita e sono la mia storia ed è molto difficile. Potrei parlare di Drogba, però se non ti parlassi di Lampard, Essien, John Terry, sarebbe molto ingiusto. Potrei parlare di Maicon, Sneijder o di Eto'o, però sarebbe ingiusto perché tutti mi hanno dato tanto e per me sono loro la mia storia. E se non costasse troppi soldi, vorrei fare un pallone d'oro per tutti loro.

P- Cosa non ti piace e invece sì del campionato italiano?
M- Del campionato italiano mi piace la guerra tattica. In Inghilterra una squadra, solo se ha una buona organizzazione tattica, sta davanti a tutte le altre. In Italia no. In Italia l'organizzazione tattica ce l'hanno tutte le squadre. Giochi a San Siro contro l'ultima in classifica e sa come giocare, come chiudere gli spazi e come contrattaccare. Dico la verità. Gli allenatori italiani non sono innamorati di me, però io rispetto tanto gli allenatori italiani perché sono bravi. Tutte le squadre sono molto bene organizzate e tutte le squadre hanno una bella mentalità e questo mi piace tanto. Questo per me è fondamentale. Posso ricordare tante partite in Italia dove questa guerra tattica c'è stata e s'impara, perché le difficoltà fanno bene e questa mia esperienza in Italia mi è piaciuta tantissimo.

P- Ti sarebbe piaciuto fare un'esperienza in Sud America?
M- Penso di no, perché in questo momento della mia vita posso essere un po' egoista e pensare a me stesso e rimanere nel top del calcio europeo per i prossimi 10/15 anni. Dopo, vedo un'esperienza lontano, un'esperienza in una prospettiva completamente diversa del calcio, gli Stati Uniti: New York Red Bull, Los Angeles Galaxy, una casa a Manhattan, una casa a Malibù. Sto un po' più in questa direzione.

P- Anche in vista dei Mondiali del 2014 in Brasile, la Coppa America sta prendendo prestigio. Cosa ne pensi?
M- M'interessa vederla. In Sud America ogni giorno nasce un bravo giocatore, sono tanti ed è un mercato di cui non si può mai perdere il controllo perché ogni giorno ci sono dei grandissimi giocatori. La Coppa Libertadores è una competizione che è un po' nascosta dalla Champions, che sarà sempre la competizione più importante a livello di club. Penso, però, che adesso che sono tornati giocatori come Ronaldinho, Deco e in Argentina Veron e fra qualche anno qualche altro giocatore importante, penso che questo porterà all'Europa un po' di interesse in più su questa competizione.

P- E' difficile vedere qualche giocatore europeo in Sud America?
M- E' difficile. Prima di tutto perché loro hanno tanti giocatori bravi e poi perché per loro il calcio è un'industria molto importante. Vedendo quanti giocatori sudamericani arrivano in Europa in questo momento, penso che per l'economia del calcio di quel paese e anche per l'economia generale di paesi come Argentina e Colombia è molto importante e mi sembra che siano un po' chiusi all'entrata di giocatori europei.

P- La vita senza sogni non avrebbe senso. Qual è il sogno di Mourinho?
M- Sogno di svegliarmi domattina felice, forte, con salute, gioia. E di arrivare all'allenamento, stare con i miei ed essere felice. Questi sono i miei sogni. Poi, ovviamente, se voglio continuare nel calcio per tanti anni, voglio continuare a vincere. Non voglio stare per stare perché poi arriva un momento in cui bisogna dire "basta", non ho più motivazione, non ho più forza e non voglio più. Però non mi sembra che questo momento arriverà presto per me. Voglio continuare ed essere più felice possibile.

P- Grazie per questa intervista.
M- Grazie a voi. Lo dico veramente. "I Signori del Calcio" è un programma che mi è piaciuto sempre in Italia, Io vedevo sempre e finivo sempre con avere più rispetto per la persona intervistata. Penso che questo programma porti la persona ad un'altra dimensione e sono io che ringrazio voi di essere uno dei vostri Signori del Calcio.

P- Anche perché Mourinho, in Italia, ha lasciato un grandissimo ricordo: nei giocatori, nei tifosi e credo in tutti gli allenatori.
M- Devo tornare un giorno.

2
2 commenti
2
09 Feb 2011
alle 02:06

andrea

Grazie Mille!

1
07 Feb 2011
alle 16:19

Pex

Sono juventino e Mourinho, per forza di cose, non mi piaceva. Da quando ha lasciato l'italia , invece, oltre che rispettarlo come indiscusso allenatore ho scoperto una persona molto profonda.....compliementi josè manchi a quasi tutti gli italiani.

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